Dimmi, e tu cosa fai?

Una semplice idea di business, che ha rinnovato un ormai polveroso orientamento professionale, creata proprio da chi ha abbandonato la scuola e ha così scoperto un business redditizio.

Questa storia inizia in modo quasi kitsch: A 14 anni Ali Mahlodji sognava un album delle poesie in cui tutte le persone del mondo avrebbero raccontato cosa fanno. Un libro delle amicizie gigante che tutti potessero sfogliare.

Oggi, Ali ha 34 anni e più di 40 collaboratori che si pagano da vivere con il suo sogno di bambino. Sulla piattaforma web Whatchado, le persone raccontano del loro lavoro, di cosa piace e non piace loro del lavoro che fanno, e di come sono arrivati a fare il lavoro che fanno. Il nome Whatchado deriva da “ What are you doing ” (che stai facendo?) in slang americano. 

Chi visita la pagina di Whatchado, può rispondere a 14 domande su di sé e su come si immagina il posto di lavoro ideale: ci si riconosce di più nel ruolo di intrattenitore oppure ascoltatore? Si vuole viaggiare molto oppure stare in ufficio? Le quattordici risposte sono poi elaborate per ordinare i video in base alla all’affinità tra il profilo del visitatore e i profili delle persone che hanno pubblicato la loro storia.

Il principio è semplice – e funziona. Ogni mese Whatchado raggiunge più di 750.000 persone. In un testo scolastico austriaco,  si fa riferimento a Whatchado nel capitolo sull’orientamento professionale. La commissione europea ha nominato Whatchado ambasciatore della gioventù. Aziende come Nestlé, SAP, Microsoft e Bertelsmann pagano per dare spazio ai propri collaboratori sul portale.

Eppure all’inizio, quando cinque anni fa Ali Mahlodji aveva cercato di coinvolgere esperti di formazione e istituzioni, nessuno aveva creduto alla sua idea. “Se fosse così facile, qualcuno l’avrebbe già fatto” è stata l’obiezione più frequente. L’idea non è seria, né fattibile, né finanziabile.

“Tesoro, andrà tutto bene. Sei un figo, vai fino in fondo.” Eve Champagne, Burlesque-Queen

Ali non sapeva se e quando avrebbe guadagnato soldi con la sua idea, ma non era questo il punto: voleva realizzare il suo sogno di bambino. Il ricordo gli è tornato in mente con irrompente forza quando, ventenne, iniziò a dare ripetizioni ai ragazzi di un liceo di Vienna. “Nonostante i ragazzi avessero lo smartphone e accesso a internet, il problema che pure io avevo alla loro età rimaneva. Non sapevano cosa fare della loro vita.”

Di fatto, nel 2014 una ricerca svolta su incarico della Fondazione Vodafone ha indicato che quasi la metà degli studenti intervistati aveva difficoltà nella scelta di una professione. Solamente un terzo di loro aveva un’idea concreta del proprio futuro lavorativo e il 20% di loro non aveva nessuna idea.

Ali Mahlodji stesso ha cambiato una mezza dozzina di professioni e molti più lavori. Conosce la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo, un orientamento e dei modelli di riferimento.

I suoi genitori sono fuggiti dall’Iran prima della rivoluzione islamica e delle sue conseguenze, quando aveva due anni. Lasciarono alle spalle buoni posti di lavoro, due case e tre macchine. Arrivati in Austria, vissero prima in un centro di accoglienza per rifugiati e poi in logore case. Il padre smistava bottiglie in un supermercato e non riuscì più a emergere.

Il figlio riuscì a integrarsi meglio e frequentò un istituto per geometri, anche se il settore delle costruzioni non era adatto a lui. Aveva semplicemente seguito il suo migliore amico. Quando durante l’ora di orientamento professionale gli chiesero cosa volesse fare, egli non seppe dare una risposta. 

Accadde nello stesso periodo in cui gli tornò in mente l’idea dell’album di poesie dei lavori. Voleva parlare con tante persone e scoprire cosa esisteva là fuori nel mondo del lavoro. Cercava orientamento. 

Il padre non poteva dargli orientamento perché egli stesso l’aveva perduto. La maggior parte degli insegnanti non gli sembravano adatti come modelli di riferimento. Non capiva perché non fossero in grado di spiegare a cosa fossero utili le nozioni che insegnavano. Sua madre era regolarmente invitata a dare spiegazioni sul perché Ali continuasse a mettere in discussione il piano di studi e a fare domande scomode agli insegnati. Ali aveva l’impressione che né il piano di studi né le risposte degli insegnati avessero una relazione con la vita vera. Poco prima del diploma, abbandonò gli studi.

Iniziò un’odissea senza cui probabilmente Whatchado non esisterebbe nella forma in cui la troviamo oggi. Ali imparò quanto si  possa essere infelici ad avere il lavoro sbagliato.

“Vincere è bello, vorrei vincere sempre, ma a volte si ottiene di più da una sconfitta” Toni Polster, calciatore

Dopo avere abbandonato la scuola, andò a lavorare in una farmacia a mischiare gli ingredienti per rimedi medicinali. La vernice delle capsule per lo stomaco gli procurò una reazione allergica e peggiorò la sua asma. Ali resistette, acquisì maggiore autonomia e diventò responsabile dei nuovi assunti. Purtroppo si scontrò presto con i limiti della sua formazione. “Quando ti chiami Ali Mahlodji e hai abbandonato gli studi, a un certo punto non puoi più andare avanti.”

E così tornò a scuola e ottenne il diploma alle serali. Scelse la specializzazione in programmazione di software. Il computer l’aveva da sempre affascinato e voleva fare qualcosa che lo divertisse. In seguito, si candidò così tante volte alla Sun Microsystems ché fu invitato a un colloquio. Entrò come apprendista e arrivò fino a ricoprire il ruolo di coordinatore di progetti. Nel tempo libero studiò Sistemi di Informazione e Comunicazione. Si diplomò in quattro semestri, invece dei sei previsti. “Quando faccio qualcosa, la faccio alla perfezione” dice di sé.

Dopo gli studi iniziò come praticante alla Siemens. Sun Microsystems lo fece tornare offrendogli 4.500 € al mese, auto aziendale e stock options. “Ce l’ho fatta”, pensò. Tuttavia, la società entrò in crisi e la pressione riguardo al fatturato unita alla paura di perdere il posto di lavoro avvelenò presto l’ambiente. Ali era il più giovane e l’unico straniero nel team. I colleghi sfogarono il loro disagio su di lui e non fecero nulla per metterlo a proprio agio. Pensò di lasciare il lavoro, si sentì vuoto e si rese conto che status e soldi da soli non lo rendevano felice. Allo stesso tempo, però, non voleva rinunciarvi.

La svolta arrivò quando suo padre morì improvvisamente a 53 anni. “Presi coscienza che si può morire in ogni momento. Sulla mia tomba le persone avrebbero dovuto poter dire di me di più che soltanto che mi ero impegnato molto per l’azienda. Volevo fare qualcosa di significativo.”

Così, si dimise e iniziò a lavorare per una piccola agenzia di comunicazione. Nel tempo libero insegnò una volta a settimana e si ricordò della sua idea di bambino. Grazie a internet, la sua idea non gli sembrò più così assurda.

Nel 2011, Ali presentò la sua idea al Social Impact Award, un premio austriaco per start-up. Vinse il Community Award, il premio assegnato dal pubblico. L’assegno gigante di 4000 € è esposto ancora oggi nell’atrio della sede viennese di Whatchado.

Con i soldi del premio acquistò una videocamera. Insieme al suo amico d’infanzia Jubin Honarfar girarono il primo video. Il materiale grezzo del primo video aveva la durata di tre ore, perché Ali non sapeva come frenare l’intervistato. Per il taglio del video lavorarono con un software semplice e applicarono troppi effetti. “Era una catastrofe”, dice. Eppure, credeva nell’idea di “una guida delle storie di vita“, così chiamò la piattaforma. Alle feste raccontava che avrebbe salvato il mondo. Per lo meno, la vita di persone singole a cui avrebbe offerto una prospettiva.   

Capitò così che un collaboratore dell’emittente televisiva nazionale austriaca ORF sentì la sua storia. Ali presentò la sua idea così bene che il collaboratore della ORF volle farne un intervento in trasmissione.  In quel momento non esisteva ancora il sito. Solo la visione di Ali e un po’ di materiale grezzo. Questo fu lo stimolo che diede vita al progetto. Creò un sito, pubblicò i primi video e alla fine ci fu l’intervento in televisione all’interno del telegiornale di prima serata. Fu il Big Bang di Whatchado.

“Parlare di sé aiuta” Hans-Christian von der Goltz, esperto di processi di acquisto

Dopo la trasmissione Ali fu contattato dalle prime aziende. Tra le altre ci fu McDonald’s che chiese quanto costasse presentare i propri collaboratori sulla sua pagina. Il modello di business fu così trovato. All’inizio del 2012 i due amici si misero in proprio. Il progetto del week end si trasformò in azienda.

Oggi, le aziende pagano per ogni video circa 1.000 € per la produzione, qualcosa in meno se partecipano più collaboratori. Un profilo completo di diversi video e informazioni sull’azienda parte da un costo minimo di 5.000 € l’anno. “Oltre il 90% dei nostri clienti rinnovano il servizio”, dice Ali. Nel frattempo, partecipano più di 200 aziende. Whatchado vince regolarmente premi per il suo concept.

“Ciò che affascina di questa soluzione è che la persona e il suo lavoro sono in primo piano, non l’azienda.” Dice Robindro Ullah. Da capo Recruiting ha conquistato Deutsche Bank come primo cliente in Germania. Oggi lavora come consulente all’Employer Branding Akademie tedesca. “Non tutte le aziende sono marchi attraenti per cui lavorare. Ma attraverso le persone presentate in Whatchado, improvvisamente l’attenzione si sposta su professioni e aziende che magari prima non si conoscevano oppure che non si sarebbero prese in considerazione.”

Da qualche anno anche in Germania il concetto di Employer Branding è diventato popolare. Dietro a questo concetto si nasconde un quesito semplice: Come possono le aziende attrarre talenti e presentarsi come un datore di lavoro ambito? Frasi fatte come “c’è un bell’ambiente” e “offriamo compiti interessanti” convincono oggi tanto quanto lucidi dépliant. Whatchado, invece, offre uno strumento più adatto.

Hans-Christoph Kuern, Head of Social Media alla Siemens tedesca, nel frattempo ha caricato e pubblicato 33 video, dall’apprendista elettrotecnico industriale fino al responsabile acquisti. Altri 40 video sono già pianificati. Quello che gli piace: “I collaboratori si raccontano senza filtri. Non è più possibile fare promesse alle persone su cose che poi non ritroveranno in azienda.”

“Da giovani bisogna provare più cose possibili, a patto che non diventino illegali.” Peter Nothegger, commercialista

Meno convinzioni sbagliate significa anche: meno sprechi di tempo e denaro per le aziende. “Con i video vogliamo trasmettere come siamo”, dice Jan Hawliczek della BFFT. “Non cerchiamo semplicemente i migliori candidati, ma quelli più adatti a noi.” Hanno già assunto due collaboratori che si erano candidati perché avevano visto i video su Whatchado.

Nel 2014, secondo Ali Mahlodji il fatturato della sua azienda si aggirava intorno a un milione di Euro. Nel 2015 è raddoppiato. Il denaro fluisce in questo momento soprattutto nell’espansione. Nel 2014 Ali ha coinvolto per ben due volte dei Business Angels. Tra di loro c’era anche la capa del personale di Siemens Brigitte Ederer. Lo scopo è stato (ed è tuttora) di occupare i mercati prima che lo facciano gli altri.

Infatti, Whatchado viene costantemente copiato. In Svizzera un funzionario di una banca, fingendo di voler diventare cliente, si era fatto spiegare tutto nei minimi dettagli. Successivamente, ha dato le dimissioni e ha ricreato una piattaforma uguale a Whatchado. Ali lo considera un riconoscimento e uno stimolo. “Questo aiuta a diventare più veloci e a concentrarsi sui propri punti di forza.”

Il principio è facilmente copiabile. Sono i dettagli a fare la differenza. Whatchado è flessibile: le aziende possono integrare i propri video  o il profilo completo sui loro profili social oppure nella sezione dedicata alle assunzioni del proprio sito. I video sono paragonabili: Tutti gli intervistati rispondono alle stesse domande, dal conducente di bus fino al capo del governo, dall’apprendista fino al responsabile di divisione – si tratta di un orientamento alla professione, non di auto-promozione.

Ali ha disdetto contratti di clienti che volevano rispondere a domande proprie, diverse dalle sette previste da Whatchado. Anche attori e testi fatti sono tabù. Whatchado è divertente: Curiosando sulla pagina si trovano Key Account Manager come anche Burlesque-Queens e Rabbini.  Un amministratore delegato cita saggezze di vita dal film “Kung Fu Panda”. Ci sono anche celebrità. Ali ha inviato alla segretaria del capo di governo austriaco così tante email, finché non ha ceduto e ha partecipato. Si appostò sul campo di allenamento della squadra di calcio in cui giocava Toni Polster per così tanti giorni, finché egli non cedette. Su Angela Merkel ci sta ancora lavorando.

Sono le idee di Ali a fare la differenza nell’evoluzione di Whatchado e nella sua promozione. Per i clienti che pagano, la pagina è solo attraente se è usata. Ali ha un buon intuito su cosa piaccia ai giovani. L’App di Whatchado ricorda l’App di Tinder: gli utenti possono scartare i video con una sfregata verso sinistra oppure preferirli.

Inoltre, Ali tiene regolarmente conferenze nelle scuole davanti ai ragazzi. Si presenta così come in azienda: cappellino da baseball, scarpe da ginnastica bianche e la barba tatuata sul dito indice. Racconta che va bene non sapere cosa si vuole, ma che bisogna almeno provare diverse cose. Scherza, fa dei quiz e fa selfie con i ragazzi. Una classe di Berlino gli inviò una lunga lettera di ringraziamento. Scrissero che finalmente qualcuno li aveva presi sul serio.

 “Non fare troppi compromessi.” Morten Lund, Seed Investor

La storia di Ali Mahlodji è una bella storia. Ali non la racconta solo ai ragazzi, ma anche alle conferenze HR e quelle sui social media. E’ stato anche a un TEDtalk a San Francisco. Molti dei suoi clienti l’hanno incontrato per la prima volta a questo tipo di conferenze dove sono stati subito conquistati. Colui che abbandonò gli studi è diventato un uomo di spettacolo. Il jobhopper sembra essere arrivato.

Avere la propria azienda gli lascia la libertà di crescere. Da qualche tempo ha abbandonato il ruolo di capo per concentrarsi totalmente sul ruolo di ambasciatore. Anche ai collaboratori lascia molta libertà. Lavorano nella maggior parte dei casi in team autogestiti.

Non lo fa per la libera espressione degli individui. Lo fa perché ha imparato che è più efficiente. Il sogno d’infanzia si è trasformato appunto in business